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Il Divo e la Lady di Ferro: c’eravamo tanto odiati

Ironia della sorte vuole che se ne siano andati a un solo mese di distanza, Giulio Andreotti e Margaret Thatcher: due politici di razza (a prescindere che si condividano il loro credo, operato e metodi), ma soprattutto due acerrimi nemici in sede comunitaria. La Thatcher è arrivata addirittura a definire  l'"agguato" europeo che le fu teso da Andreotti, in qualità di presidente del Consiglio europeo a Roma nel 1990 (quello in cui si avviò il progetto di moneta unica) come la vera causa del suo disastro politico successivo. 

All'origine dello scontro tra i due personaggi c'erano sì in superficie l'idea di far progredire o meno il processo di integrazione europea e la scelta di condividere o meno una moneta ma, ben più in profondo, un approccio antitetico alla politica. Andreotti ironizzava sul rigido attaccamento della Thatcher ai suoi princìpi, la Lady di ferro accusava invece con disprezzo il Divo di essere "uomo senza princìpi". Ho trovato due frasi incredibilmente rivelatorie. Ecco Andreotti sulla Thatcher alla Bbc (nel documentario The Money changers del 1998, assolutamente da vedere per chi sia interessato alla storia della nascita dell'euro): "Indubbiamente era persona di grandi princìpi, ma talmente convinta che le sue posizioni fossero viste bene, che difficilmente accettava di verificarle con l'opinione di un altro". La Thatcher cita invece Andreotti sette volte nelle sue memorie, Gli anni di Downing Street, sempre con ostilità: "Sembrava avesse una reale avversione per i princìpi, anzi la profonda convinzione che un uomo di princìpi fosse condannato a essere ridicolo". Per l'ex premier inglese il leader democristiano vedeva la politica "come un generale del XVIII secolo vedeva la guerra: un vasto e complesso scenario di manovre da parata per eserciti che non si sarebbero mai impegnati in combattimento ma avrebbero invece dichiarato vittoria, compromesso o capitolazione a seconda di ciò che dettava loro la forza apparente, per poi lavorare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie". Andreotti ribattè nel '93 che la Thatcher ce l'aveva con lui perché "le aveva detto di no" mentre lei pretendeva che tutti aderissero alle sue tesi anche quando era sola contro undici altri leader europei e finì ricordando che anche François Mitterrand la definiva una donna "con la bocca di Marylin Monroe e gli occhi di Caligola". 

Cattiverie reciproche a parte, di certo bruciò non poco alla Thatcher essere messa all'angolo nei vertici europei a presidenza italiana da quel machiavellico generale dei tempi andati. Fu resa furibonda una prima volta nel 1985 al vertice nel castello sforzesco di Milano quando il premier Bettino Craxi, con al fianco Andreotti ministro degli Esteri, riuscì a far votare a maggioranza, contro la volontà inglese, l'avvio della conferenza intergovernativa che avrebbe portato alla riforma dei Trattati e all'Atto Unico europeo. Ma poi ci fu la vera disfatta britannica (più Gallipoli che Waterloo, quindi) al vertice di Roma del 27 ottobre 1990, quando la Thatcher dichiarò di non riconoscersi nelle conclusioni del presidente del Consiglio europeo che esprimevano la necessità di avviare i lavori per una moneta comune e Andreotti rispose gelido:"Lo so signora, infatti riassumevo le idee di tutti gli altri". E quando la premier inglese chiese che il suo dissenso fosse messo a verbale in appendice, il premier italiano colse la palla al balzo e la mattina dopo tolse gli elementi che nel testo principale erano stati addolciti per venire incontro agli inglesi ("Siamo sicuri però che al cancelliere Kohl può andare bene, vero?" si accertò prima Andreotti con i suoi sherpa Tommaso Padoa-Schioppa e Umberto Vattani). E così, nelle conclusioni finali, la "moneta comune", che poteva lasciar intendere una circolazione parallela a valute nazionali, tornò a essere "single currency", moneta unica. 

Immagino che ora chi si lamenta dell'esistenza dell'euro possa ritenere che sarebbe stato meglio accontentare la Thatcher. Ma per me resta una grande pagina di europeismo, una vittoria dell'acuta astuzia negoziale italica sul miope dogmatismo anglosassone.  Anche se, proprio per questo, appena varcata la soglia dell'Aldilà, Andreotti rischia di aver trovato una signora inglese tuttora pronta a prenderlo a borsettate.