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Il grande orecchio americano e la piccola risposta europea

Ci voleva l’orecchio, ostinatamente intrusivo e onnipresente, dell’Amico americano per ridare un po’ di motricità all’ormai arrugginito asse franco-tedesco. E così Angela Merkel e François Hollande – che tanto faticano a trovare la sintonia su politica economica, unione bancaria e progettualità europea – si sono riscoperti uniti nel fare la voce grossa (a distanza) con Barack Obama sulla difesa della privacy e pronti a farsi portavoce dell’indignazione di altri leader europei per le debordanti incursioni dello spionaggio made in Usa. Und voilà. Grazie alla ferma posizione assunta dai leader di Berlino e Parigi il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha potuto far approvare una posizione comune da tutti i 28 leader europei, nonostante la scontata riluttanza di David Cameron. I capi di Stato e di Governo hanno ribadito che “la raccolta di intelligence è un elemento vitale nella lotta contro il terrorismo”, sia tra Paesi europei sia nelle relazioni con gli Stati Uniti, e che “una mancanza di fiducia potrebbe pregiudicare la necessaria cooperazione nel campo della raccolta di intelligence”. I 28 hanno poi preso nota dell'intenzione della Francia e della Germania d'intraprendere colloqui bilaterali con gli Stati Uniti aventi l'obiettivo di trovare entro la fine dell'anno un codice di buona condotta sulle relazioni reciproche in questo settore; hanno anche “notato che altri Paesi europei sono stati invitati a unirsi a quest'iniziativa" (ed Enrico Letta ha specificato che l’Italia ci aderirà in pieno, specificando però che l’azione “anti-spionaggio” non dovrà ostruire i negoziati sul libero scambio in corso tra Unione europea e Stati Uniti, considerati molto importanti per il nostro Paese), mentre proseguirà il Gruppo di lavoro tra Unione europea e Stati Uniti sulla questione correlata della protezione dei dati.

Tutto bene quindi? C’è veramente da rallegrarsi per la pronta risposta europea alla proliferazione nel Vecchio Continente di cimici ipertecnologiche della National security agency? Da un certo
punto di vista sì, considerati i tempi biblici di reazione e le divisioni che hanno caratterizzato la grande famiglia europea in altre importanti occasioni. Positivo anche che Cameron abbia accettato di avallare una dichiarazione comune, nonostante i rapporti speciali con Washington e i radicati sospetti di “collaborazionismo” con le attività incriminate. Ed è vero che la materia riguarda in gran parte la sicurezza nazionale di competenza dei Governi. Però, però…c’è un importante però. La soluzione rivela anche che, nelle questioni delicate di politica internazionale, l’Europa continua a muoversi su binari intergovernativi, sulla spinta nazionale dei grandi Paesi, non con un metodo comunitario del quale la Commissione europea dovrebbe essere il propulsore. Continua a balbettare la cosiddetta politica estera e di sicurezza comune che dovrebbe incarnarsi nell’Alto rappresentante, Catherine Ashton. Ad attraversare l’oceano per andare a  Washington, a trattare il nuovo codice di comportamento di intelligence con il principale alleato, saranno i ministri della Merkel e di Hollande. Barroso, Van Rompuy e Ashton resteranno a casa e continueranno a occuparsi d’altro.