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Quell’impervio sentiero tra tecnocrazia e populismo

Ci sono vertici europei in cui le tensioni delle società e delle economie di 28 Paesi emergono in modo manifesto, generando un polverone di polemiche e discussioni infuocate. Altri in cui l'alta posta in gioco – siano i fondi di un budget plurieannale da distribuire o gli articoli di un nuovo Trattato da definire – obbligano i leader comunitari a maratone notturne, drammatici (si fa per dire) incontri bilaterali all'alba e taglienti battute reciproche, prima di arrivare a qualche abborracciato compromesso che ognuno poi si rivende a casa propria come una vittoria.

Il summit dei capi di Stato e di Governo Ue del 19-20 dicembre 2013 è invece filato liscio liscio, almeno apparentamente, e non è stato nemmeno più di tanto turbato in chiusura dalla notizia dal declassamento da parte di Standard & Poor's del debito europeo, privato della mitica tripla A.  Sull'onda dei ministri economici, i leader europei hanno avallato un compromesso (abborracciato?) sull'ultimo pilastro dell'Unione bancaria, ovvero quel Single Resolution Mechanism che dovrebbe intervenire nel caso di un crack di un istituto di credito e permettere di prevenire una crisi sistemica bancaria in Europa. Un fondo comune di salvataggio di 55 miliardi verrà creato progressivamente, ma nell'arco di ben 10 anni, cominciando a funzionare dal 2016 e con regole fissate da un trattato intergovernativo; nella fase intermedia ci sarà un paracadute (backstop), ma creato dai singoli Stati, attraverso versamenti delle stesse banche e solo in situazioni di estrema emergenza i Governi potranno offrire garanzie, senza intervenire direttamente. Rassicurando così Berlino, che il paracadute provvisorio in origine non lo voleva, e temeva che i contribuenti tedeschi si trovassero a pagare a fondo perduto per i fallimenti delle banche degli altri. Un "bicchiere mezzo pieno", come ha commentato il premier Enrico Letta, un passo avanti per evitare che correntisti e contribuenti si trovino a pagare in futuro per i salvataggi delle banche. I leader europei hanno poi affrontato a volo d'uccello tanti altri temi e riparlato in particolare, dopo cinque anni, di difesa comune e di tutti quei progetti, dai droni alla cybersecurity, che possono essere rilanciati assieme, con benefici anche per l'industria europea.

Sono arrivato però a questo vertice partendo dal Veneto, fermato da un presidio di giovani che mi invitavano scherzosamente a suonare il clacson all'imbocco dell'autostrada per protestare contro la classe politica e poi a Bruxelles ho dovuto ritardare il mio arrivo a Palazzo Justus Lipsius per i trattori di alcuni agricoltori che manifestavano contro l'austerità europea. Anche qui, forse, poco di nuovo. E proteste in fondo molto civili, senza la violenza devastante dei no-global che assediarono i vertici europei nei primi anni 2000 (portando a spostarli dalle varie capitali alla sede fissa di Bruxelles, fortino comunitario più facilmente difendibile). Però ora si percepisce un malessere popolare in tanti angoli di Europa, più diffuso e per ora meno bellicoso – e l'Italia ne è uno degli epicentri – che ha trovato poca rappresentazione nell'ovattato vertice di Bruxelles e rischia invece di esplodere alle prossime elezioni europee. Pensavo come avrebbero accolto il burocratese di rito del presidente della commissione, José Manuel Barroso, e del presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy,  quei due giovani a Padova che mi hanno fermato al presidio anti-traffico ed erano lì a protestare per non essere riusciti a far partire un bar, schiacciati da tasse e burocrazia.

E' fondamentale che il progetto dell'Europa sappia dare risposte anche a quei giovani. E che la politica non rimanga ostaggio di sterili proteste di piazza e formulette in politichese comunitario, schiacciata tra populismo e tecnocrazia, quella soffocante tenaglia evocata anche da altri attenti osservatori, da Andrés Ortega di El Pais a Marco Alfieri sul sito l'Inkiesta. E' più che mai necessario che si trovi l'impeto, lo spirito, la visione e la voglia di mettersi a lavorare per un'"altra Europa", non per smantellare ma per migliorare l'euro e l'Europa sclerotizzata che abbiamo di fronte. Enrico Letta, che raccoglierà il timone della presidenza europea nel secondo semestre 2013, giusto dopo le elezioni europee del 22-25 maggio, ha un'occasione importante per ridare smalto all'Unione europea. E un banco di prova saranno anche quegli Accordi contrattuali per le riforme, messi sul piatto da Berlino, che però saranno discussi in ottobre sotto presidenza italiana. Già ribattezzati – anche per le pressioni italiane – partnership per le riforme economiche, dovranno non solo cambiare nome ma trasformarsi in efficaci piani di incentivi per migliorare le nostre società, non in nuove gabbie di vincoli e divieti. Così come si dovrà disperatamente cercare di dare efficacia all'avvio dei nuovi programmi europei, da Horizon 2020 per la ricerca a Erasmus+ per studenti e ricercatori, alla Garanzia Giovani che partirà l'anno prossimo per agevolare l'occupazione giovanile. Non sarà facile. Ma l'impervio sentiero verso un'"altra Europa", tra le minacciose e opprimenti pareti di tecnocrazia e populismo è l'unico che si può e si deve battere.  

 

  • enrico brivio |

    Il mio riferimento alla tecnocrazia non era tanto a Mario Draghi e ai funzionari della Bce, che – concordo – hanno interpretato nei mesi passati il loro ruolo in modo saggio e lungimirante, anche da un punto di vista “politico”, visti i vincoli posti dai Trattati e da certi Governi. Ma piuttosto alla mancanza di visione politica e capacità di comunicare con la gente dei vertici della Commissione e del Consiglio europeo, rispetto ai tempi – per esempio – di Delors & C.

  • over-the-counter |

    Ma la BCE è tecnocrazia?
    Allora evviva la tecnocrazia!
    E’ l’istituzione comunitaria più potente saggia ed efficace (magari le avessero dato retta i politici). Ai due tizi di Padova doveva spiegare che le *riforme strutturali* richieste dalla BCE a ogni press conference comprendono in primo luogo precisamente quelle riforme che rendono un paese meno burocratico e più business friendly.
    Il problema dei tizi di Padova non è certo l’europa, ma stare in un paese levantino come questo.

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