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Renzi, Einaudi e l'”assurdo” vincolo del 3%

“Un baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore costituente, allo scopo d’impedire che si facciano maggiori spese alla leggera, senza prima aver provveduto alle relative entrate”. Così Luigi Einaudi definiva il vincolo di pareggio in bilancio inserito nella Costituzione italiana nel 1948, per evitare che leggi prive di copertura finanziaria fossero approvate dal Parlamento. E’ bene partire forse da lì – dopo oltre 65 anni e una montagna di 2000 miliardi di debito pubblico accumulata – per inquadrare storicamente il quadro delle finanze pubbliche e riflettere su deficit, vincoli europei e spesa pubblica. Un esercizio salutare, forse, anche per Matteo Renzi e i nuovi ministri incaricati.

 

E’ vero che l’impegno italiano a risanare il bilancio pubblico è stato rafforzato in Italia nell’aprile 2012, in attuazione dei vincoli posti dal “Patto Europlus” nel marzo 2011 e nel “Six Pack” approvato nell’ottobre 2011 dal Consiglio Ecofin (successivamente ribaditi nel “Fiscal Compact” nel gennaio 2012). Ma al di là della profusione di anglicismi e qualche eccessivo vincolo aggiuntivo assurdo – che può comprensibilmente disturbare e disturbare assai – non dimentichiamo che il pareggio di bilancio non è stato un’invenzione o un’imposizione di una malmostosa frau Merkel, ma un impegno tradito dei politici italiani per oltre mezzo secolo nei confronti dei loro elettori.    

Se l'Italia è precipitata nella crisi peggiore degli ultimi trent'anni è veramente colpa della Germania, dell'austerity imposta dall'Europa e della moneta unica? O non è forse il frutto avvelenato della mediocrità e della disonestà della classe dirigente che ha amministrato il nostro Paese per più di sessant’anni, calpestando gli impegni presi dai Padri costituenti? Quanti di quegli oltre 2.000 miliardi di debito che pesano sul nostro futuro – e dei nostri figli, nipoti e figli dei nostri nipoti – sono stati accumulati negli ultimi decenni a causa di spese “allegre” e opache per conquistare consensi, in bustarelle e tangenti, investimenti assurdi, appalti scandalosi, ricchi emolumenti e pensioni d’oro a boiardi di stato, stipendi per lavori inutili e sussidi a falsi invalidi? E quanto di quel debito e di quel malgoverno ha contribuito all’attuale fragilità economica italiana?

Please, non dimentichiamolo. Poi si potrà anche discutere dell’”assurdità” dell’obbligo di mantenere al 3% il deficit rispetto al Pil imposto dal Trattato di Maastricht, soprattutto in periodi di crisi economica. Ben sapendo però – se si conosce bene l’Unione europea – che rimetterlo in discussione può concretamente significare solo due cose per l’Italia: o si intendono cambiare i Trattati e questo richiede un accordo tra 28 Paesi che può richiedere mesi e mesi, forse anni, di un difficile negoziato dagli esiti incerti; oppure si infrange di fatto unilateralmente quella barriera – come Francia e Spagna fanno – sottoponendosi però a vincoli e sanzioni più cogenti da parte di Bruxelles. Tertium non datur, specie se si ha sul groppone il maxi-debito che ha l’Italia.

Nel medio-lungo periodo è sacrosanto iniziare un’approfondita riflessione e un’azione politica per costruire un’”altra Europa”, per ridare un’anima al progetto comunitario e alle sue politiche economiche. Sfruttare l’attuale onda positiva sugli spread e partire da questo 2014 di rinnovo di Europarlamento, Commissione europea e alte cariche comunitarie (oltre che con un secondo semestre di presidenza italiana della Ue) per cercare di selezionare le persone giuste per fermare il processo di rattrappimento dell’Europa attorno a quello scheletro teutonico, tecnocratico e miope, che la sta allontanando dai comuni cittadini. Riscoprire entusiasmo, inventiva e visione europeistica, per rivitalizzare e dare solidità all’area euro e al mercato unico, mettendo eventualmente in cantiere anche progetti comuni con gruppi ristretti di Paesi.

Ma per l’Italia nel breve periodo il dibattito centrale a Bruxelles sul fronte economico è quello sul rilancio della crescita e sulla destinazione dei proventi di una vera spending review che tagli a fondo le spesa strutturale improduttiva e riformi la farraginosa macchina statale. Giusta l’intenzione, espressa dal ministro dell’Economia uscente Fabrizio Saccomanni, di utilizzare gli eventuali risparmi nell’apparato amministrativo per alleviare il carico fiscale, soprattutto sulle imprese, e non per destinarli a un mero esercizio di miglioramento dei bilancio pubblico. Questa è una più che legittima battaglia che in questo frangente il Governo Renzi dovrà continuare a combattere a Bruxelles con vigore e tenacia, più che scagliarsi a parole contro l’illusorio mulino a vento del vincolo deficit/Pil del 3%, sul cui filo il nostro Paese può continuare a correre anche quest’anno, anche per non essere penalizzato dai mercati (e sforamenti di appena qualche decimale, se la crescita rimane asfittica, potranno alla fine essere tollerati dalla Commissione Ue). Non dimenticando però che l’ineludibile premessa al braccio di ferro contabile – che solo contabile non è – con Bruxelles, sarà ottenere cospicui proventi dai tagli alla spesa improduttiva. Ovvero attuare una efficace e incisiva riforma della pubblica amministrazione italiana.