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Renzi, l’Europa e il barbiere dell’Iowa

Quando chiesero a Ronald Reagan il suo segreto per comunicare così bene, il presidente rispose candidamente che, fin dai suoi esordi radiofonici in Iowa, quando si trovava davanti a un microfono cercava di immaginare di chiaccherare con il suo barbiere. L'innato talento personale dell'ex attore e speaker radiofonico venne poi innestato da abili consiglieri e spin doctor della Casa Bianca in strategie comunicative di straordinario impatto, che sfruttavano al meglio il mezzo televisivo con eventi, immagini e slogan destinati a far rifiorire il sogno americano nel grande pubblico.

Svariati decenni dopo – nella pioggia incessante di tweet, retweet, foto e video postati in tempo reale – un altro "Grande comunicatore" italiano, Matteo Renzi, si dimostra molto abile nell'usare una lingua diretta per parlare a una vasta audience. Non si sa se il presidente del Consiglio pensi al barbiere di Pontassieve quando è di fronte a un microfono. Però è chiaro il medesimo tentativo reaganiano (come in fondo di altri efficaci istrioni della comunicazione, da Tony Blair a Silvio Berlusconi fino a Barack Obama) di parlare un linguaggio chiaro, contemporaneo e comprensibile alle famiglie, anche quando di fronte a una platea di giornalisti o senatori. Con qualche fiammata retorica, che rimanda ai principi del buon padre di famiglia o all'orgoglio da ritrovare di essere italiani, co-fondatori dell'Europa e protagonisti di un grande Paese industriale. Un intento esplicitato del resto più volte durante il vertice europeo di Bruxelles ("Il mio problema non è convincere lei – ha ribattuto a un giornalista che lo incalzava sul vincolo europeo del pareggio strutturale di bilancio – ma le famiglie italiane", "Non mi interessano tanto i sorrisetti di Van Rompuy e Barroso, quanto riportare il sorriso nelle famiglie italiane"). L'interlocutore non è tanto chi pone la domanda, ma chi ascolterà la risposta a casa.

  Anche nel caso di Renzi, come ai tempi del vecchio Ronnie e dell'attuale Barack, molta attenzione viene data all'evento comunicativo e alle nuove tecnologie. Un esempio? Nella saletta stampa di Bruxelles è sparito il tavolone dietro il quale si siedevano i predecessori di Renzi, con ministri al fianco. E' apparso un podietto obamiano, dal quale il premier ha parlato con camicia bianca a maniche rimboccate, con i collaboratori seduti "on the side". 

   Per carità, non si tratta di rivoluzioni. Un podietto lo

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usano già da tempo anche la cancelliera tedesca, il presidente francese e il premier inglese, quando parlano di fronte ai giornalisti a Bruxelles, così come le slides in Power Point usate nella conferenza stampa di Palazzo Chigi, oltre che da Obama, sono usate in ogni presentazione aziendale da anni. Però è innegabile l'attenzione ai social network e a svecchiare forme e linguaggio del polveroso politichese tradizionale. Per la prima volta un premier a Bruxelles ha twittato alle sei del mattino, ha detto di aver letto delle critiche di giornata alla spending review non "sulle agenzie" ma "su Twitter" e ha apostrofato pubblicamente il portavoce Filippo Sensi con il suo nome nel social network "nomfup".

Resta il fatto che la gabbia della liturgia comunitaria e i minuziosi dossier europei stanno tradizionalmente stretti ai grandi istrioni della comunicazione politica. Tony Blair odiava i vertici europei e considerava una perdita di tempo quelle estenuanti trattative che si trascinavano nella notte, in cui doveva condividere la scena con tanti altri leader. Silvio Berlusconi si è spesso visto mettere alla berlina a Bruxelles per battute e gag, considerate invece divertenti ed efficaci da tanti adulatori in patria.       

E anche Renzi è sbottato – durante il suo primo vertice europeo di due giorni – nei confronti dei corrispondenti a Bruxelles, sempre così insistenti (in verità con i leader di ogni colore) nel mettere a confronto gli impegni italiani con le richieste della Commissione europea: non ero "lì a parlare di zero virgola, ma di un piano di riforme per rivoluzionare l'Italia" ha fatto presente.

Renzi, supportato dal suo team, avrà ora l'occasione di sfruttare il semestre di presidenza Ue che si apre per farsi conoscere meglio e apprezzare in tutta Europa. E già l'intento di distribuire gli eventi in Italia a Venezia, Torino e Bolzano oltre che a Milano – dove invece il Governo Letta intendeva concetrare i consigli informali in vista dell'Expo 2015 – fa capire l'intenzione di avere anche un ritorno comunicativo capillare in Italia.

La chiave del successo poi, a prescindere da ogni barbiere da persuadere ed efficace communication strategy, la stabiliranno i fatti. Se veramente Renzi riuscirà a compiere le riforme promesse rispettando i vincoli europei, la standing ovation, anche a Bruxelles, sarà inevitabile. In caso opposto, nessun arguto tweet potrà mascherare il fallimento.