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Prove europee di dibattito presidenziale

Ben vengano le prime prove di presidential debate all'americana per l'Europa, trasmessi da Euronews lunedì 28 e dalla rete radiofonica Euranet (alla quale partecipa Radio 24) martedì 29 aprile. Encomiabile lo sforzo di far sedere attorno a un tavolo alcuni dei protagonisti in corsa per le principali cariche dell'Unione europea e di metterli a confronto con alcuni dei problemi chiave del continente, dalla ripresa economica alla crisi ucraina in vista delle elezioni europee del 22-25 maggio. Però format e partecipanti, oltre che esiti finali del talk show politico non hanno potuto non risentire del federalismo balbettante europeo. Perché? Vediamolo.

Va detto che i tre europeisti di lungo corso – il popolare Jean-Claude Juncker, il socialista Martin Schulz e il liberaldemocratico Guy Verhostadt – e la più fresca 32enne verde Ska Keller non hanno regalato battute memorabili per gli annali televisivi degne di John Kennedy o Ronald Reagan, ma si sono confrontati molto civilmente su temi concreti e sono stati molto seguiti anche su Twitter. Molto quadrato Schulz, più aggressivo Verhofstadt, vivace e ben preparata la Keller, più svogliato Juncker, che pure sarebbe quello dotato dello humour più piccante ma è stato l'unico a perdere le staffe quando gli si è ricordato che da primo ministro non si era granché battuto per la fine del segreto bancario nel Lussemburgo (forse perché si è toccato il vero tallone d'Achille dell'ex presidente dell'Eurogruppo e firmatario del Trattato di Maastricht).

Non sono mancate prevedibili divergenze, con Juncker difensore dell'operato dell'Unione europea durante la crisi e contrario a un unico sistema di immigrazione in Europa, Schulz cautamente aperto all'esigenza di politiche di crescita, Verhofstadt critico contro burocrazia ed eccessi regolatori europei e la Keller insistente su un modello di sviluppo sostenibile. Tanti anche i punti di contatto: tutti per esempio contrari o estremamente cauti sul fracking, la tecnica per estrarre gas di scisto che tanto sta aiutando la produzione energetica negli Stati Uniti ma introduce agenti chimici nel sottosuolo. A riprova che – come sugli organismi genticamente modificati e sul controllo delle emissioni di Co2 – l'Europa intende mantenere un posizione di avanguardia nell'attenzione all'ambiente a prescindere dalle scelte del partner americano e da potenziali effetti benefici sull'economia.

Allora dove i punti deboli? Prima di tutto nelle assenze. Intanto, il confronto tra due politici tedeschi, un lussemburghese e un belga, in un inglese fluente ma un po' rigido e spigoloso (non certo quello che si parla né a Oxford né nell'Arkansas), faceva brillare la mancanza di esponenti dell'Europa Mediterranea e Centro-orientale. Mancava Alexis Tsipras, leader greco della sinistra che parteciperà solo all'ultimo dibattito del 15 maggio, anche perché si è sentito apparentemente penalizzato proprio da regole che prevedevano l'inglese come unica lingua.

Ma, soprattutto, l'ingombrante e invisibile convitato di pietra era l'antieuropeismo. Non c'erano i leader dei movimenti populisti ed euroscettici che rischiano di diventare un fenomeno importante del prossimo Europarlamento. Insomma non c'era nessuno ad argomentare da altra sponda risposte ai quesiti "Ma vale la pena continuare con il progetto europeo?", "Conviene restare nell'euro?". Insomma le domande che tanti europei ora si pongono e rieccheggiano per la strada, al supermarket o al bar. Chiarisco che da parte mia le risposte di fondo sarebbero criticamente ma nettamente positive (come quelle dei quattro partecipanti al talk show). Però da un punto di vista mediatico, e anche per milioni di cittadini europei al voto, sarebbe stato molto più interessante e frizzante avere anche posizioni euroscettiche al tavolo.

Infine, un problema di fondo. Tutti e quattro i partecipanti al dibattito hanno sostenuto che si dovrà tenere conto della volontà espressa delle urne per nominare il presidente della Commissione europea. E i sondaggi danno ora Juncker leggermente favorito, anche se da tempo si parla di un "patto tra europeisti" che porterebbe il lussemburghese alla presidenza del Consiglio,  Schulz a guidare la Commissione europea e Verhofstadt alla presidenza dell'Europarlamento. Però le nomine dovranno essere fatte in primis dai 28 leader dei Governi europei. Basterà perciò il veto di un David Cameron – tanto per fare un nome – a bloccare una nomina e a far convogliare le scelte su altri nomi. In conclusione: molto bene che si sia arrivati a identificare chiaramente per la prima volta i leader delle principali famiglie politiche europee e a metterli di fronte alle telecamere ma "it's still a long way to go" – per dirla nella lingua dei partecipanti al dibattito – per avere talk show politici veramente polifonici come all'esordio delle elezioni americane e, soprattutto, per essere certi che tra i partecipanti vi sia di sicuro un presidente europeo eletto direttamente dai cittadini.     

 

 

 

 

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    Ho seguito il dibattito. E’ importante e promettente che finalmente accada. Non solo perchè è stato un dibattito civile (mi è venuto spontaneo il confronto con le urla imbecilli e i monologhi dei capopopolo e capobastone italiani), ma perchè finalmente c’è un inizio di dibattito democratico europeo, finalmente non l’EU intergovernativa ma quella direttamente rappresentativa dei cittadini europei.
    Quanto agli assenti volontari, hanno sempre torto. E un preteso leader europeo deve possiedere un buon inglese, almeno sufficiente a sostenere un dibattito pubblico!
    Questo è un putno su cui non possiamo più tracheggiare: va posto anche come condizione per essere eletti al parlamento europeo. Non se ne può più del carrozzone di traduttori.
    Per fare l’europa occorre il bilinguismo (lingua nazionale + inglese) come obiettivo per tutti. Del resto è indispensabile per essere un cittadino del mondo attuale.

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