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Marine Le Pen e le malaise français

"L'alternanza è l'ossigeno della democrazia. Ma un eccesso d'ossigeno a volte può provocare un malessere". Questo scriveva François Mitterrand nel lontano maggio 1986, ovvero più di un quarto di secolo fa. E indubbiamento un senso di malessere la Francia lo dà un po' a tutta l'Europa in questo momento. Cestinato Nicolas Sarkozy nell'ottobre 2012,  ora umilia alle elezioni europee il socialista François Hollande e abbraccia appassionatamente Marine Le Pen, la bionda figlia d'arte che vuole ridurre il "comunitarismo",  gli spazi delle minoranze etniche e culturali nella società francese per riaffermare un'identità nazionale, affrancandosi da Bruxelles e promettendo di riportare sicurezza nelle città.

Che dire di questo malaise français che, in assenza del setaccio del doppio turno, porta il Front National di madame Le Pen a essere il primo partito? Può sorprendere, certo. E lascio a chi vive in Francia, e ne conosce a fondo le dinamiche, discettare sulle cause più profonde. Posso però dire, da persona che ha vissuto e lavorato a lungo nell'ambiente comunitario di Bruxelles, e conosciuto tanti francesi, che da tempo ho la sensazione – e ne ho parlato a volte con alcuni amici -  che la Francia sia il Paese che attraversa una delle più profonde crisi d'identità in Europa. E forse proprio lì allignano le radici del successo della Le Pen e del suo partito di estrema destra "ribrandizzato".

Perché? Perché i francesi hanno sofferto più di altri l'esplosione economica e geopolitica del partner germanico dopo la riunificazione del '90 e lo sbilanciamento di un asse franco-tedesco, che da tempo più paritario non è. Perchè i francesi hanno sofferto culturalmente più di altri l'accantonamento del proprio idioma, langue diplomatique per eccellenza di un tempo, a beneficio dell'inglese, ormai lingua franca globale acquisita in politica, economia e tecnologia. (per esempio sono gli unici – con i cinesi mi dicono – a non chiamare il computer computer ma ordinateur e ad aver osteggiato in origine la diffusione di Internet perché credevano nel Minitel, un sistema di mini-computer casalinghi). Perché i francesi hanno sofferto più di altri le tensioni e le rivendicazioni di comunità arabe e/o africane formate da immigrati di seconda generazione, eredità di un esteso impero coloniale (chissà che ne pensa la Le Pen dell'enfasi che si poneva sulla nazionale francese multietnica che vinse i mondiali di calcio 1998). Perché i francesi restono attaccati, anche più degli italiani, a sistemi di vecchie corporazioni e sindacati , di doppi incarichi politici e di strutture produttive rigide.

 Solo luoghi comuni? Peut etre. Però trovo che il Paese che ci ha regalato l'incommensurabile Balzac e l'adorato Truffaut, un'Amministrazione statale centrale più efficiente e paesaggi di campagna meno deflagrati di quelli italiani, in questo momento, stia soffrendo per la sua grandeur perduta. E annaspi, stretto nella tenaglia di una globalizzazione filo-americana poco amata e di una potenza germanica rifiorita, tra il peso di un passato politico e culturale enorme e l'impellenza di partorire un efficace rinnovamento in un frangente di profonda crisi economica. Comprensibile il senso di mancanza di ossigeno, di un malaise nel quale, mi pare, madame Le Pen ha saputo attingere a piene mani.