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Quel guazzabuglio delle nomine europee

"Nomina sunt consequentia rerum, dicevano gli antichi. Bisogna prima mettersi d'accordo su cosa fare, poi decidiamo chi lo fa". Difficile dare torto a Matteo Renzi, all’uscita dal summit informale di Bruxelles del 27 maggio. Giusto stabilire un’agenda precisa e priorità condivise, prima di riempire le caselle dei vertici delle istituzioni europee. Anche se il rischio è che poi si vada inevitabilmente a ricadere su “Growth, Jobs and Innovation” – slogan che l’Europa si trascina dall’agenda di Lisbona dall’ormai  lontano anno 2000 – è impellente fissare obiettivi chiari, che puntino più decisamente sulla ripresa economica e l’inclusione sociale. Soprattutto dopo che gli elettori europei hanno conferito il 25% dei consensi agli euroscettici, imbufaliti dalla crisi e da rigide politiche di austerità, ma anche da tanti altri motivi.

Però, però… Però siamo entrati anche nella fase in cui tutti a Bruxelles e nelle cancellerie europee parlano delle caselle e dei nomi per riempirle, di chi diventerà presidente della Commissione, chi commissario “di peso”, chi presidente del Consiglio europeo e chi Alto rappresentante per la politica estera. I comunitaristi più accaniti (setta in realtà un po’ perversa) disquisiscono sulle preferenze di Angela Merkel, e se le sia più sgradito l’irrispettoso lussemburghese Jean-Claude Junker, comunque popolare come lei, o il socialdemocratico Martin Schulz, comunque tedesco come lei. Se veramente il parere di David Cameron potrà essere trascurato, avviando così Londra alla porta dell’Unione europea. Ci si diverte – un po’ come nello snocciolare la propria formazione della nazionale al Bar Sport – a ipotizzare soluzioni per le nomine europee che tengano conto dell’esigenza di dare il giusto equilibrio tra i maggiori partiti, tra Paesi del Nord e del Sud, dell’Ovest e dell’Est, lasciando spazio a una sacrosanta rappresentanza femminile nelle cariche apicali dell’Unione europea.

Il tutto nel quadro di un braccio di ferro istituzionale tra Europarlamento e Consiglio, che ha portato i capigruppo di un’Assemblea di Strasburgo, ormai a fine corsa, a dare un’investitura a Junker come futuro presidente della Commissione europea, in quanto leader del partito popolare che, sebbene in calo, con oltre il 28% dei suffragi resta comunque su scala continentale la compagine più importante; mentre il Consiglio dei 28 leader europei ha deciso di dare mandato al presidente del Consiglio Herman Van Rompuy (pure a fine corsa) a negoziare una soluzione con i gruppi che si formeranno nel nuovo Europarlamento, destinati a insediarsi nella seconda metà di giugno.

Wow, che dire? Non vi tedierò con il toto-nomine e le girandole di nomi, inclusi quelli di italiani/e che potrebbero aspirare a prestigiose poltrone visto il successo di Renzi ma, in base all’”EuroCencelli”, anche penalizzati dalla presenza già consolidata dell’italianissimo Mario Draghi nella cabina di comando della Banca centrale europea. C’è chi mi ricorda che in fondo è normale che ora si discuta in modo un po’ laborioso e prolungato di nomi e poltrone in una comunità che comprende ben 28 Paesi. Sì, sì capisco, ma è questa veramente la risposta adeguata all’urlo di rabbia lanciato da milioni di cittadini europei che si sentono poco rappresentati da questa Europa? Non resta da sperare che, in un sussulto di efficientismo europeista, si mettano un po’ da parte interessi di bottega e ambizioni personali e le nomine siano fatte presto e bene, scegliendo persone di grande qualità, consapevoli delle “rerum” da fare in fretta. E soprattutto non vada in scena, invece, l’ennesimo spettacolo di guazzabuglio di potere multi-nazionale che già si sembra intravedere.