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Juncker, un veterano tutto nuovo

“All’età di cinquant’anni ogni uomo ha la faccia che si merita” sentenziò George Orwell. E l’Europa, che i cinquant’anni li ha passati, avrà il volto di Jean-Claude Juncker. Un bene? Un male? Chissà… Di certo i leader europei non hanno peccato di avventurismo o di smania per le novità, nominando il 60enne figlio di un operaio siderurgico che dal 1995 fino al 2013 è stato premier del Lussemburgo, oltre che ministro delle Finanze del granducato e presidente dell’Eurogruppo dal 2005 al 2012. Juncker è un europeista esperto e navigato, con venature federaliste che hanno fatto scattare la ribellione di David Cameron (oltre che forse la memoria di vecchie ruggini tra centri finanziari in competizione) con al traino l’ungherese Viktor Orban.
Liberale in economia e progressista nelle questioni sociali, Juncker è senz’altro uomo che crede nel progetto dell’integrazione europea e conosce gli ingranaggi comunitari nei minimi dettagli. Forse, tra le sue colpe – più che il coinvolgimento in una questione di servizi segreti che portò alle sue dimissioni da premier nel 2013 – c’è l’aver difeso a lungo il segreto bancario del Lussemburgo e la specificità di un settore finanziario nazionale che non è proprio il massimo della trasparenza.
Renzi ha spiegato di aver votato per Juncker (al quale ha fatto auguri di “buon lavoro”) perché ha condiviso il metodo dell’investitura, ovvero perché c’era stata prima l’elaborazione e la presentazione di un documento programmatico condividibile, che aveva messo enfasi sulla crescita e aperto qualche spiraglio sulla flessibilità nell’interpretazione delle regole economiche. “Senza non l’avrei fatto” ha chiarito il primo ministro italiano. Così come ci si rallegra all’Europarlamento – che dovrà il 16 luglio dare l’investitura finale a maggioranza assoluta a Juncker – perché è passato il metodo (non del tutto scontato) di designare questa volta alla guida della Commissione il leader del partito che avesse ottenuto più voti nella elezioni europee, a patto che riuscisse a ottenere una coalizione di maggioranza nell’Assemblea di Strasburgo.
Innegabili passi avanti si sono fatti perciò nei metodi della designazione, non più legata solo ai giochi di scambio dei leader europei nelle segrete stanze di Palazzo Justus Lipsius.  Il risultato non è però stato un personaggio di rottura o di deciso cambiamento. A Juncker va ora l’onere di dimostrare con i fatti che il suo volto, anche se un po’ segnato e dagli occhi tristi, saprà comunque ben rappresentare una nuova Europa più dinamica e orientata alla crescita.