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Leader politici in cerca di parole

Quali parole possono aiutare ad uscire la crisi? Indubbiamente l'attuale momento di difficoltà dell'Europa nasce soprattutto dalla difficoltà di trovare soluzioni concordate, in grado di dare solidità e una dimensione politica al progetto della moneta unica, nei tempi rapidi imposti dai mercati. Ma lo smarrimento e l'inadeguatezza dei leader politici del momento si riverberano anche nella difficoltà di trovare frasi e formule retoriche in grado di riaccendere la passione degli europei, di rispondere ai loro bisogni. In due discorsi che dovevano essere decisivi, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno deluso le aspettative. La cancelliera si è limitata a invocare "un'Unione fiscale" che poco può scaldare i cuori dei cittadini da Dresda a Patrasso (anche se può servire forse a far capire agli inglesi che non ne faranno parte, visto che da sempre quel binomio ha su di loro lo stesso effetto dell'aglio sui vampiri). La Merkel però non si è riferita, si badi bene, a un progetto di armonizzazione fiscale, ma piuttosto  ha cercato di ammantare con un sostantivo che fa riferimento alla coesione, il più sgradevole concetto di disciplina di bilancio (con annesse sanzioni e perdità di sovranità) che vi sta sotto.  Un tentativo abbastanza patetico di non apparire come una rigida istitutrice tedesca con tanto di bacchetta in mano, ma come visionaria fondatrice di una nuova Europa. Al tempo stesso Nicolas Sarkozy giovedì scorso ha scelto per una sua attesa apparizione pubblica una location speciale, Tolone, sede di un suo famoso ed incisivo discorso del 25 settembre 2008. Allora, nel mezzo della crisi post-Lehman, il presidente aveva sancito che "mai la Francia avrebbe lasciato cadere le sue banche", aveva preconizzato "la fine di un mondo" (quello della speculazione finanziaria senza freni) e  si era fatto portavoce della "collera della gente". Molto meno efficace è apparso però il discorso di "Tolone 2", che ha cercato di promuovere una via intergovernamentale di uscita dalla crisi, che rettifichi la strada federale tedesca. "L'Europa può essere spazzata via dalla crisi" ha avvertito monsieur le président, ma il suo eloquio è stato farcito di riferimenti nazionali, in vista dell'anno elettorale che lo attende. La penna del suo ghost-writer per i discorsi cruciali, Henri Guaino, è parsa meno ispirata di tre anni prima (e forse sottoposta a input troppo confusi) al punto che Le Monde ha bollato il discorso come "un cocktail mal composé". Quanto a Mario Monti, il suo sobrio eloquio punteggiato di humour britannico ha segnato senz'altro discontinuità con l'oratoria popolare e le barzellette un po' sguaiate di Berlusconi, salvo poi cadere nell'infortunio comunicativo (poi corretto)  di  prevedere l'esposizione della manovra a Porta a Porta prima che al Parlamento, perpetrando così la stonata priorità del salotto televisivo di Bruno Vespa rispetto all'organo custode istituzionale della sovranità popolare. Seppure nella paludata comunicazione che si impone all'eurogovernatore, un salto comunicativo e culturale più deciso lo ha fatto forse Mario Draghi,  facendo riferimento di fronte all'Europarlamento a un "Fiscal compact", ovvero un nuovo patto fiscale che echeggiava quello tra cittadini e governanti promosso da Alexander Hamilton per gettare le basi degli Stati Uniti d'America. Impensabile che il suo predecessore, Jean-Claude Trichet, impregnato di angusto spirito carolingio, potesse fare un riferimento di simile respiro. Peccato che ad ascoltare Draghi ci fosse solo un drappello sparuto di europarlamentari. Paradossalmente, in questi giorni le parole più ispirate per uscire dalla crisi dell'euro, le ha trovate chi nell'euro non è. Ovvero il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, in un accorato appello ad Angela Merkel. «Per la sua e nostra salvezza – ha affermato Sikorski – chiedo alla Germania di aiutarci a sopravvivere e prosperare. Nessun altro può farlo. Quindi io sarò probabilmente il primo ministro degli Esteri polacco della storia a dirlo, ma lo dico: temo la potenza tedesca meno di quanto comincio a temere la sua inerzia». Intanto, anche sull'altra sponda dell'Oceano, Barack Obama fatica a trovare le parole giuste e candida il nuovo essenziale e un po' sciapo  slogan "Change is…" a rimpiazzare il frusto "Yes, we can", mentre i candidati repubblicani inanellano gaffes verbali e, ahimè, anche di sostanza. Certo, come il profumo della rosa shakespeariana, la crisi non sarebbe più semplice se si trovassero modi nuovi per prospettare e definire soluzioni, ma qualche lampo di immaginazione in più potrebbe forse aiutare ad attivare le energie necessarie per uscire dal tunnel.