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Felicetto e gli anni di piombo

Lasciatemi essere per una volta smaccatamente local. E scrivere di una persona, dai ramificati legami internazionali soprattutto in Croazia e Slovenia, ma nata a tre chilometri da dove sono cresciuto io: Felice Maniero. Eh sì, di lui si scrive e si parla forse anche troppo in questi giorni, complice il grande battage pubblicitario di SkyTv a sostegno della fiction “Faccia d’Angelo”, con annesso documentario su History Channel sulla Mala del Brenta. Che dire… è sempre difficile confrontarsi con una trasposizione filmica di eventi che si sono visti da vicino trent’anni prima, specie se hanno implicato violenze, morti e sangue. E' bravo, ma troppo dolce e scanzonato, il protagonista, Palma d’oro a Cannes, Elio Germano che supera pure l’ardua prova di parlare un veneto credibile pur non essendo veneto, sfida su cui altri attori sono scivolati in passato dando imbarazzanti prove di dilettantismo macchiettistico (c’è solo qualche inflessione veneziana di troppo su un dialetto che, essendo Campolongo Maggiore a un passo da Piove di Sacco, era ed è nella realtà più padovano, ma si tratta di sfumature da glottologhi). E si fa notare pure Katia Ricciarelli, che ovviamente problemi col dialetto non ne ha, seppure forse un po’ troppo raffinata e poco “contadina” rispetto alla vera signora Lucia.

  Pero’ ragazzi…. Il mondo di Felicetto e di altri gangster locali dei miei ricordi (i “ciordi” si chiamavano nella piazza piovese, sussurrando piano, per non farsi sentire) era un’altra cosa. Si trattava di personaggi meno patinati e più ruspanti, meno aggraziati e più beceri, gratuitamente violenti, palesemente incolti e disadattati, come certi ultras calcistici dei giorni nostri. E’ vero che Maniero se ne distinse in qualche modo per acuta intelligenza, spietatezza e carisma e seppe spiccare un salto di qualità che nessun altro fece, grazie anche ai legami con il boss mafioso Gaetano Fidanzati, in soggiorno obbligato da quelle parti, con Luciano Liggio e con il figlio del presidente nazionalista croato Franjo Tudjman.

 Ho sempre pensato che valesse un film l’incredibile vita da gangster di Felicetto con sette omicidi attribuiti (lui ne riconosce cinque, alla sua banda ne sono ascritti 17) e tante rapine “spettacolari”, dal colpo all’aeroporto di Venezia che fruttò 300 chili d’oro all’assalto con esplosivo al treno a Vigonza (che costò la vita di una studentessa su un treno accidentalmente di passaggio sul binario accanto), la notte delle violenze sui cambisti del casinò di Venezia, i traffici di armi e droga con i croati di una Jugoslavia in via di disgregazione, le due rocambolesche fughe attraverso le fogne del carcere di Fossombrone nell’87 con il brigatista rosso Giuseppe di Cecco e sette anni dopo dal blindatissimo carcere padovano di Due Palazzi uscendo dalla porta principale con complici in divisa e una falsa macchina dei carabinieri. Insomma quel mondo sapientemente esplorato in chiave hard boiled nei gialli di Massimo Carlotto. Una vita da romanzo, quella del boss del Brenta, anche per gli arresti tra i sorrisi, facendo shopping in centro a Torino e a Capri, scendendo dallo yacht Lucy (dal nome della madre), per la morte prematura della madre di suo figlio, Rosella Bisello, nell’88 e della figlia Elena nel 2006 – forse suicida ma più probabilmente giustiziata da rivali – ma anche per  il clamoroso e accuratamente meditato "pentimento" finale, che portò all’arresto di 400 complici della banda e personaggi scomodi (addossandosi – sostiene qualche beninformato – anche qualche colpa in più pur di tenere in galera a lungo i nemici peggiori). Ora Felicetto, pagato un debito “assai scontato” con la giustizia, è da un anno e mezzo un uomo libero con i connotati rifatti che – si dice a Piove di Sacco – soggiorna ancora in Veneto. Avvicinato da Maurizio Dianese del Gazzetino lo stesso Maniero ha detto qualche giorno fa che il trailer della fiction non rifletteva la realtà. "Non è così che si comporta un malavitoso non voglio che i giovani siano affascinati dalla delinquenza" ha comentato – bontà sua – il boss. E anche il sindacato dei carabinieri ha protestato per l’esagerata spettacolarizzazione di un fenomeno criminale. Hanno probabilmente ragione entrambi. Ma che dire di quella sfilata di criminali resi divi del male da Hollywood, da Al Capone a oggi?

Pero’, chi ha vissuto quegli anni nel piovese, trova che nella fiction manchi qualcosa. La paura dei bravi ragazzi che dovevano abbassare lo sguardo se incontrava certi personaggi per strada la sera, per non essere riempiti di botte. Il periodo delle bravate notturne quando i “ciordi” con Alfa Romeo Gt in derapata sbattevano su intere file di auto in sosta o si esibivano impennando una Suzuky 750 a ruota alta fuori per centinaia di metri di fronte al dancing Olimpia. Proprio mentre, chi andava a scuola o all’università a Padova, viveva tutt’altra atmosfera di violenza politica urbana e si doveva confrontare con i deliri dei seguaci dell’autonomia di Toni Negri, autobus bruciati, molotov e P-38 su un fronte e sortite di drappelli di giovani picchiatori esaltati di estrema destra sull'altro. Visti con gli occhi di oggi, due mondi quasi surreali e paralleli, intrisi di intolleranza, sogni deliranti e sangue convivevano a cavallo degli anni 70 e 80 nel padovano: quello della mala del Brenta in provincia e quello dello scontro politico studentesco radicalizzato in città. Di quei tempi restano perciò i bei ricordi di tanti amici e di qualche amore della gioventù perduta, non certo nostalgia per gli scenari di quei due terrificanti, cupi – e per certi versi ahimè rimarchevoli su scala globale – mondi di piombo.        

  • Causteo |

    Le scorribande di Maniero erano sulla bocca della provincia e della citta,tranne che nella bocca della polizia , carabinieri,finanza,ecc.ecc. Perche tutta questa liberta? Non per capacita di Maniero,ma perche c’era da invadere il Veneto di droga,attraverso I confinati mafiosi in zona di cui questo infame era il servo,e credo lo sia ancora.
    Responsabile di quasi tutto il popolo dei drogati di zona.Che ingiustizia.

  • Anna |

    Un maniero romanzato, blando e tanto intelligente e scaltro da risultare pericolosamente affascinante. Vero. Peró credo che queste tanto discusse fiction aiutino a mantenere viva la memoria, recente o passata che sia. Finchè i programmi scolastici si fermano alla seconda guerra mondiale, e la storia recente (recente, si fa per dire.. Dagli anni ’40 in poi) si conosce solo se si è armati di buona passione… Bhe, benvengano i film, le fiction… E quant’altro! Bisogna CONOSCERE e RICORDARE il passato per non sbagliare in futuro. Peccato che in mille riforme della scuola che si sono susseguire negli anni non si sia arrivati a mettere mano al programma di storia!!
    E mentre i giovani italiani conoscono a memoria, per filo e per segno, usi e costumi di Assiri e babilonesi, l’Italia fa i conti con il passato in TV!!

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