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Si fa presto a dire crescita…

Growth, croissance, Wachstum, crecimiento. Si fa presto a dire crescita. Tutti ne parlano, la cercano, la evocano, la rincorrono. Si esibiscono strategie per ritrovarla e stimolarla. Liberalizzazioni e spending review, eurobond e grandi opere. Ogni economista che si rispetti ha la sua ricetta ideale in mente, come tutti al Bar Sport hanno in tasca una formazione perfetta della nazionale di calcio. Crescita, se ci sei batti un colpo! Come araba fenice, rinasci dalle tue ceneri, torna a essere quella degli anni 60, o almeno quella, un po’ meno travolgente ma vigorosa, degli anni 80!

Mai contenti. Fino a pochi mesi fa ci preoccupavamo per cinesi e indiani che vedevano crescere il Pil con percentuali a due cifre, ma ora ci inquietiamo perché le economie di Pechino e New Delhi stanno frenando e crescendo – udite, udite – solo del 9 e del 7%.

Poi c’è un gruppuscolo di eretici, i teorici della decrescita, che sostengono come, in fondo, non crescere possa essere salutare e avvicinarci a un cammino più sostenibile nei confronti dell’ambiente e delle risorse del pianeta. Vicino a loro ci sono quelli, dal lungimirante ed eccentrico sultano del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck, al Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, che ci invitano a cercare misure più consone per misurare benessere e la felicità, di quanto non facciano le variazioni del Prodotto nazionale lordo o Pil.

Boh…crescere, non crescere, crescere poco e meglio, decrescere. Non so che dire. Certo, l’aumento del volume di beni e servizi prodotti da una nazione può corrispondere a più ricchezza se non per tutti, per molti, e quindi forse anche per me e la mia famiglia. E certo un po’ più di solidarietà europea, iniziative comuni per mettere in comune debito e grandi progetti, potrebbero dare una scossa. Oltre che dare un profumo nuovo a un’idea di Europa, percepita sempre più lontana, quando non odiata per il lezzo di stantìo rigore germanico che emana. Così come potrebbe forse dare un salutare fremito keynesiano all’economia nazionale il pagamento immediato di tutti i crediti della pubblica amministrazione, magari – perché no – consegnando ai fornitori il corrispettivo in Bot, che almeno abbiano una scadenza d’incasso. Oddio, sto parlando anch’io come un commissario tecnico da bar, snocciolando il mio undici ideale di nazionale, senza neppure essere economista. Forse meglio smettere di lambiccarsi. Forse meglio limitarsi a rimboccarsi le maniche e lavorare – quando si ha la fortuna di avere un lavoro – un po’ di più, per noi e i nostri figli (ma non fanno così anche cinesi e indiani?) E chissà…. forse un po’ di crescita in più arriverà.

  • Enrico Brivio |

    E’ chiaro, sopratutto in aree come il Veneto, che la crisi si presenta “a macchia di leopardo” colpendo alcuni settori e altri no, alcune aziende e altre no (continuano ad andare bene, per esempio, quelle che riescono ancora a esportare), alcune categorie di cittadini più di altre. Ma questo rende ancor più difficili interventi per rilanciare l’economia che vogliano al tempo stesso essere equi. La ricetta non è facile da trovare, e questo blog non ha certo la presunzione di averla in tasca, ma è giusto tentare a tutti i costi di smuovere le cose, perché la partita del nostro modello di sviluppo è fondamentale per noi e per il futuro dei nostri figli. Per questo ognuno – non solo i politici e gli economisti – è bene che ci rifletta e cerchi di fare, nel suo piccolo, quello che può. Questo voleva essere un po’ il senso del mio post….

  • mdpanurge |

    L’argomento è serio, anzi serissimo. Sebbene io (che scrivo dal Veneto) continui a vedere un traffico stradale per nulla diminuito. Certo, mi possono rispondere, che anche se la benzina costa 2 euro/litro, al posto di lavoro ci si deve pur arrivare e si sa che i mezzi pubblici non sempre offrono la soluzione, l’orario ideale.. Ma il fatto è che vedo anche un traffico serale sostenuto (e non dissimile da tempi non critici) ed è risaputo che di sera la maggior parte dei luoghi di lavoro sono chiusi, salvo quelli delle imprese del tempo libero, con la loro variegata offerta di divertissemnts..
    Altro che il 1973.. Allora il traffico risultò veramente ridimensionato e non soltanto nelle domeniche, quando era proibito usare le autovetture..
    Siamo arrivati al dunque. Morale e conclusione di queste considerazioni? Che appare evidente che la crisi non colpisce tutti e che i colpiti non lo sono tutti allo stesso modo e gravità.
    Ebbene di tutto ciò il governo di turno dovrebbe tenere il dovuto conto e fare le dovute distinzioni.
    Certo, per ora non siamo governati da “Il Grande Fratello” Orwelliano che sapeva elettronicamente tutto di tutti.. Ma anche il governo attuale sa abbastanza per poter fare e/o concedere differenze di trattamento ed esazione (penso all’IMU prima casa, ma non solo).
    Che questo blog venga letto da qualcuno che può far giungere a chi di dovere la fondatezza di queste considerazioni??? Ma..? Ne dubito assai, ma tutti dobbiamo provarci prima che “les jeux soient faits..”

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