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Quell’ultimo treno per la sinistra europea

Ultimo treno per la sinistra europea. Può non sembrare questione di vita o di morte come lo fu per Dan Evans, il veterano della guerra civile che, nel celeberrimo film, doveva portare il fuorilegge Ben Wade al convoglio per Yuma, senza farsi ammazzare dai suoi compari banditi. Ma in realtà questione di vita o di morte è: per la socialdemocrazia, per l’euro e per l’Unione europea come la conosciamo ora.

La vittoria di Francois Hollande in Francia, accompagnata dalla tenuta del Pd in Italia, dai passi avanti dei socialdemocratici tedeschi in Schleswig Holstein e dal buon comportamento dei laburisti inglesi nelle amministrative, sembra segnalare l’inizio di una brezza di centro-sinistra che timidamente riparte. Il tutto in un’Europa che fino a qualche mese fa era totalmente dominata da governi conservatori, dopo la caduta degli ultimi leader socialisti europei, lo spagnolo José Zapatero in Spagna e lo sloveno Borut Pahor, prima che tornassero di moda, sull’onda della crisi, governi tecnici e grandi coalizioni.

La situazione rimane enormemente confusa, per via di una crisi europea che costringe i Paesi mediterranei a durissime cure di austerità che rafforzano estremismi, demagoghi e movimenti anti-politici. Indubbiamente molte (troppe?) aspettative ricadono sulle spalle di Hollande, così come lo saranno ancor di più l’anno prossimo su un eventuale cancelliere socialdemocratico (Sigmar Gabriel?). Sarà il nuovo presidente francese – ci si chiede – solo un pallido Francois Mitterrand, uno sbiadito Jacques Delors o un clone del pretenzioso Lionel Jospin? Oppure saprà ridare equilibrio e vigore – fin d’ora con Angela Merkel – a un asse franco-tedesco

che in fondo storicamente ha trovato più forza propulsiva quando era formato da un moderato e da un progressista (vedi le coppie Schmidt-D’Estaing, Mitterrand-Kohl e Chirac-Schroeder).

Difficile fare previsioni. Temo che non si potrà andare al di là di un “Growth compact”, un “Patto per la crescita” da affiancare al “Fiscal compact”, il patto per l’austerità dei conti già in vigore (e che Berlino non farà toccare di una virgola). Ma anche qui bisognerà vedere su che basi! Se al di là del miglioramento del mercato unico e di iniezioni di concorrenza transnazionale si riusciranno a rilanciare a fondo il ruolo della Banca europea d’investimento e a far digerire a Berlino gli eurobond. A lanciare progetti che diano segni tangibili anche ai sempre più scontenti ellenici, andalusi e, purtroppo, italiani che l’Europa non è solo sinonimo di sacrifici e ridotto potere di acquisto, ma può fare qualcosa per loro. Come in passato ha saputo fare con keynesiani fondi strutturali che hanno rilanciato zone depresse dal Portogallo all’Irlanda (meno nel Mezzogiorno purtroppo, ma è anche colpa nostra).

C’è da sperare, insomma, che l’azione di Hollande non si traduca in un’opera di pura cosmesi. Come quando il premier socialista francese Lionel Jospin fece mutare dopo lunghi e laboriosi negoziati con Kohl il “Patto di stabilità” in “Patto di stabilità e crescita”, con risultati pratici quasi nulli a prescindere dal nome più lungo e bilanciato (vicenda che vissi da cronista al vertice europeo di Amsterdam del giugno 97 e che Beda Romano ha appena ricostruito molto bene nel suo blog “Dal fronte di Bruxelles” in questa stessa Agorà). Succederà così anche stavolta?

Il problema è che al momento né Hollande, né gli altri leader socialdemocratici europei (per non parlare del presidente dell’Europarlamento Martin Schulz) sembrano avere il carisma e le capacità progettuali per riscaldare i cuori degli elettori e varare un piano credibile che persuada anche tedeschi e nordici a impegnarsi di più per salvare l’euro e rilanciare il progetto europeo.

Incredibilmente, al momento è “il banchiere centrale” Mario Draghi a sollecitare una visione europeista di lungo periodo per trovare un cammino per l’euro “che ci permetta di stabilire dove vogliamo essere tra dieci anni”. Ed è il “tecnocrate” Monti a cercare di spendersi in una mediazione per fare accettare a frau Merkel misure per la crescita.

La socialdemocrazia europea se ancora c’è, deve battere un colpo ora. Ha l’ultima occasione nei prossimi mesi per trovare leader che intercettino i bisogni dela gente comune, salvino l’euro e ridiano un’anima al progetto europeo, tagliando l’erba sotto ai piedi dei demagoghi di ogni colore, da Grillo a Martine Le Pen. Ma bisogna interpretare quel bisogno di modelli innovativi di sviluppo, di un welfare da modernizzare ma non buttare alle ortiche, che ormai si coglie sempre più parlando con la gente su tram, autobus e metropolitane d’Europa. Il tutto facendo i conti con un’economia internazionale sempre più complessa e con mercati assetati di profitti. Missione non facile. Anzi. Da far tremare i polsi. Come quella di Dan Evans.

E non so se ci sarà qualche bandito Ben a dare una mano alla fine, ma quel treno per lo sviluppo sostenibile che passerà nei prossimi mesi è, secondo me, l’ultima occasione che la storia dà ai socialdemocratici in Europa, all’euro e all’Unione europea.

  • Enrico Brivio |

    Lascio a te la scelta, caro Carlo, se scommettere un euro su Hollande…

  • Carlo |

    Dan Evans era un outsider, nessuno avrebbe scommesso un dollaro su di lui. La sua risposta alla moglie delusa, “You just seem to expect somethin’ from me that I’m not”, sembrava la sua filosofia di vita.
    Poi, chi ha visto il bellissimo film (lasciate perdere il remake) sa come sono andate le cose.
    Anche Hollande è un outsider, e forse anche lui saprà sorprendere (anche) la sua famosa ex moglie.
    Dobbiamo avere fiducia negli outsider.

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