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Gli europei voterebbero Obama, gli americani si vedrà…

Non c'è alcun dubbio che, se fossero gli europei a votare per l'inquilino della Casa Bianca, Barack Obama vincerebbe a mani basse. Un successo su Mitt Romney che appare molto meno scontato negli States, secondo gli ultimi sondaggi, appeso alla volontà degli elettori incerti dell'Ohio, della Florida e di qualche altro Stato in bilico.

Diverse indagini svolte tra gli europei non lasciano invece margini di incertezza. Una rilevazione della società inglese YouGov tra 7.500 persone in Gran Bretagna, Germania, Francia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia (tralasciando l'Italia quindi o altri Paesi all'epicentro della crisi dell'eurozona come Grecia e Spagna) indica che il 90% degli interpellati voterebbe Obama. Altri sondaggi estesi a tutti gli europei segnalano comunque un tasso di approvazione del 70% del presidente americano uscente. Certo, incide il fatto che Romney in fondo non è molto conosciuto, è meno glamorous e ora anche assai antipatico nell'area mediterranea, dopo aver detto che gli Stati Uniti sotto Obama rischiano di diventare come l'Italia o la Spagna.  Su mister Barack resta l'alone di simpatia dei media dell'Unione europea, tuttora ben disposti – sebbene con accenti meno entusiastici di quattro anni fa – nei confronti del primo presidente non bianco, considerato moderatamente liberal e riformista. Un'approvazione certificata da endorsement dati da testate europee di prestigio come l'Economist e il Financial Times.

Detto questo, l'Europa non è certo al centro dei pensieri dei candidati alla Casa Bianca. Anzi. E' stata trascurata nei dibattiti televisivi elettorali da entrambi, nominata giusto di striscio una volta contro le tre volte del Mali. Sì è vero, Obama ha dato il suo sostegno ufficiale ai tentativi dell'Europa di superare la crisi dell'eurozona, esprimendo ripetutamente - soprattutto per bocca del segretario del Tesoro Tim Geithner – insofferenza nei confronti delle esitazioni tedesche e dei tentennamenti collettivi. Ma il presidente stesso ha puntato la sua politica estera molto sull'asse asiatico e sui rapporti con la Cina al punto che c'è chi dal fronte conservatore, come Ted Bromund della Heritage Foundation, sostiene che "è stata la prima amministrazione americana a non guardare all'Europa come la più importante parte del mondo". Il Doha round sulla liberalizzazione dei commerci è rimasto arenato e i colloqui iniziati nel novembre 2011 su una possibile area di libero commercio Usa Ue devono ancora decollare. Anche se, da italiani, non si può dimenticare il sostegno dato dall'amministrazione Obama all'operazione Fiat-Chrysler.

Cosa può aspettarsi l'Europa ancora da Obama, cosa eventualmente da Romney? In realtà non si potrà sfuggire alla richiesta da entrambi di avere un euro forte e un maggiore impegno europeo nella Nato (finora il 2% del Pil nella difesa come richiesto da Washington l'hanno impegnato nell'Unione europea solo Londra e  – udite, udite – Atene). Tutti e due poi dovranno mettersi d'accordo con un Congresso – probabilmente diviso -per sfuggire al fiscal cliff, a quel "dirupo fiscale" che rischia di far scattare tagli automatici alla spesa americana. E lì si vedrà se basterà aumentare le tasse sui ricchi come dice Obama o se saranno sufficienti le riduzioni della spesa pubblica sostenute da Romney. Se si riuscirà a rilanciare economia, occupazione e reddito disponibile delle famiglie della classe media, ora che l'arma delle iniezioni di liquidità della Fed sembra perdere efficacia. Sono queste le questioni chiave per gli elettori della Florida e dell'Ohio, molto più divisi e incerti degli europei su chi scegliere tra Obama e Romney, e molto lontani con la mente dai problemi del Vecchio continente e della sua Nuova moneta.