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De Gaulle e gli americani più europeisti degli inglesi

Fu irremovibile Charles De Gaulle nel lontano 14 gennaio 1963 quando pose il veto all'entrata della Gran Bretagna, considerandola troppo vicina agli Stati Uniti. Quell'Inghilterra "insulare, marittima, legata attraverso legami commerciali a Paesi lontani", se fosse entrata nel Mercato comune europeo, avrebbe rischiato di trasformarlo in breve tempo – sosteneva il generale – in "una colossale comunità Atlantica dipendente dagli Stati Uniti che la leadership americana avrebbe presto divorato". Poi si sa come sono andate le cose: De Gaulle nell'aprile '69 si dimise e il Regno Unito entrò nella Cee nel gennaio '73.

Il "legame speciale" tra Washington e Londra, che tanto preoccupava il generale francese, è stato ammesso pubblicamente la settimana scorsa dal sottosegretario americano per gli affari europei, Philip Gordon, che ha espresso preoccupazione sull'eventuale uscita dal Regno Unito dall'Unione europea e affermato che gli Stati Uniti "vogliono una forte voce britannica nell'Unione europea". Vabbeh, non occorrevano le parole di Gordon per farci sapere che c'è una special relation tra Usa e Uk. E bene so che quel legame è considerato dagli amici liberisti la garanzia di una salutare iniezione di concorrenza nel mercato unico europeo. Però fa sorridere (e questo De Gaulle non poteva certo prevederlo) pensare che a questo punto gli americani sono "più europeisti" degli inglesi, ovvero più risoluti dei britannici nel volere Londra in Europa. Così come Obama, quando telefonava alla Merkel durante un vertice europeo di un anno fa, sembrava più preoccupato di Cameron di salvare l'euro! (eh già… se fosse saltata la valuta comunitaria poi il dollaro sarebbe schizzato più su e sarebbe stato ancor più difficile per le aziende americane esportare e cercare di uscire dalla crisi…).

Il leader conservatore inglese, invece, deve fare i conti con l'ala euroscettica e populista del suo partito, flirtare con l'idea di uscita di Londra dall'Europa e proprio su questo terrà in Olanda un atteso discorso venerdì 18 gennaio,  improvvidamente fissato in prima battuta per il 22 gennaio, ovvero proprio nel giorno del 50° anniversario del Trattato dell'Eliseo tra De Gaulle (ancora lui…) e Adenauer. Il premier britannico annuncerà – già lo si sa - un referendum da tenere dopo le elezioni del 2015 sulla permanenza o meno del Regno Unito in Europa. E' vero, il vice primo ministro britannico, il liberaldemocratico Nick Clegg ha espresso le sue perplessità su questa strategia che lascerebbe nell'incertezza per lungo tempo i mercati e l'ex primo ministro belga, l'europarlamentare Guy Verhofstadt, è sbottato: "E' una posizione così stupida che anche i migliori amici del Regno Unito, gli Stati Uniti, non la capiscono".

Un po' provocatoriamente, Wolfgang Munchau sul Financial Times osserva che a questo punto non importa poi tanto se Londra lascerà l'Unione europea. Perché l'integrazione europea è destinata a procedere attorno all'euro, e da quella moneta la Gran Bretagna è stata lasciata ai margini vent'anni fa dalle scelte di Margaret Thatcher e John Major di negoziare un opt-out, confermate poi da Tony Blair. "Nei prossimi dieci anni la Ue dovrà soprattutto occuparsi delle conseguenza istituzionali della crisi dell'eurozona, approfondire l'integrazione dell'area euro e cambiare i trattati europei per renderlo possibile", osserva Munchau. Ovvero processi che lasceranno comunque il Regno Unito alla finestra. Nell'unione bancaria, Londra è riuscita a negoziare un sistema di voto che le faccia avere voce in capitolo, ma non potrà fermare comunque l'assunzione di maggiori poteri da parte dei leader della zona euro, osserva l'editorialista britannico. Sarà così? Senz'altro c'è un vecchio generale francese che, se non fosse sottoterra, gongolerebbe. 

  • jed |

    sei il miglior commentatore italiano sugli affari esteri – keep up the good work!

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