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Bilancio europeo: come andò sette anni fa e la cattiva notizia che incombe

Budget europeo 2014-2020 in gioco: quasi mille miliardi sul tavolo in questi giorni a Bruxelles. Ma come andò a finire sette anni fa? Il 16 dicembre 2005 Tony Blair apparì, esibendo il suo sorriso inossidabile e un po' tirato che sapeva sfoggiare davanti alle telecamere, e disse che "l'Europa si poteva muovere nella giusta direzione della modernizzazione". Proprio Blair, al timone per sei mesi dell'Unione europea, alla fine era riuscito a chiudere la partita e a fregiarsi del merito di aver chiuso il primo budget a 25. Le prospettive finanziarie Ue 2007-2013 prevedevano l'impegno nell'arco di 7 anni di 862,4 miliardi di euro, pari all'1,045% del Pil comunitario. Un'intesa maturata grazie anche a un passo indietro dello stesso Blair (stimato allora in 10,5 miliardi) per ridurre di circa il 20% quello "sconto" britannico ottenuto da Margaret Thatcher, che dall'84 fa riaffluire risorse da Bruxelles verso Londra. Importante fu anche la concessione dell'allora presidente francese Jacques Chirac di anticipare al 2008-2009 il dibattito di revisione della politica agricola comune, blindata fino al 2013, un esame da tenersi in parallelo alla ridefinizione allo "sconto" inglese. Ma questi tasselli non sarebbero bastati a comporre un accordo, se non ci fosse stato il collante fornito da Angela Merkel, determinante nel facilitare il negoziato anglo-francese, ma anche nel mediare tra rigoristi contribuenti del nord e nuovi Stati dell'Est, assetati di fondi. Con un gesto europeista "alla Helmut Kohl" accettò di aumentare il tetto generale di spesa di oltre 13 miliardi (di cui 3 a carico della Germania), rivitalizzando i negoziati nell'ultima giornata, e con il "regalo" in extremis, alle due di notte, di 100 milioni di aiuti regionali, che erano in dotazione ai Laender tedeschi, riuscì a soddisfare anche le pervicaci richieste polacche. «Credo sia un buon investimento per il buon vicinato dei nostri due Paesi» sussurrò la Merkel. L'Italia, allora guidata da Silvio Berlusconi, ottenne un bonus finale di 1,9 miliardi per gli aiuti regionali che non bastò – ora lo sappiamo – a non farci diventare il primo contribuente netto con un versamento annuo alle casse comunitarie ora attorno ai 6 miliardi.

Come andrà a finire questa volta? Anche adesso si troverà un compromesso abborracciato dell'ultima ora, magari nel cuore della notte, e speriamo solo che la delegazione italiana non sia troppo distratta dal vortice delle polemiche elettorali. Di certo la Merkel, François Hollande e perfino David Cameron non vorranno strapazzare troppo l'autorevole "good friend" Mario Monti nella delicata fase pre-elezioni. Ed è – comunque la si pensi – un elemento di parziale sollievo per gli interessi italiani. Ma se l'Europa avrà la forza di dotarsi di un bilancio degno di far fronte alla crisi è tutt'altro discorso. Il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, mette le mani avanti e assicura che ci saranno vari miliardi destinati alla lotta alla disoccupazione. Ma, tra i Paesi del Nord che vorranno tagliare il budget europeo e quelli del Sud che vorranno difendere coesione e spesa agricola, a rimetterci rischia di essere ancora una volta la spesa in reti, infrastrutture e innovazione. Ovvero la più utile per la crescita e per il futuro. E questa rischia di essere la vera cattiva notizia.