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Bilancio Ue: tutti hanno vinto… tranne l’Europa

 C'è di che ridere o forse di che piangere. L’accordo sul nuovo bilancio 2014-2020 dell’Unione europea è arrivato dopo una riunione fiume durata oltre 25 ore e, udite udite, proprio come accade dopo ogni elezione italiana, tutti hanno vinto: Mario Monti perchè è riuscito a ridurre il saldo passivo italiano, David Cameron perché ce l'ha fatta "a mettere un limite alla carta di credito europea",  Angela Merkel perché ha trovato un onorevole compromesso tra l'esigenza di rigore e l'afflato germanico di europeismo, François Hollande perché ha difeso i fondi per l'agricoltura, cronico cruccio di Parigi. Anche i leader dei Paesi dell'Est sono soddisfatti per aver salvato una buona fetta di fondi per la coesione e perfino il presidente dell'Europarlamento Martin Schulz si è rallegrato dell'ultimo pugno di euro che Herman Van Rompuy ha strappato per l'occupazione e per la clausola di revisone sul bilancio prevista fra due anni, anche se il voto dell'assemblea di Strasburgo rimane in bilico. Tutti contenti, tutti vincenti, quindi? Il problema è che – come avevo ahimé previsto nel mio ultimo post – per difendere tutte le prerogative nazionali e gli interessi particolari a essere più sacrificati alla fine sono stati gli investimenti in reti, innovazione e infrastrutture, ovvero i più utili a stimolare la crescita che langue. Il più austero bilancio Ue composto da 960 miliardi di euro di impegni, cioè l’1% del pil europeo, e 908,4 miliardi di spesa effettiva si presenta perciò come il prodotto del solito mosaico di interessi nazionali, non come il progetto strategico di un'entità che intende giocare un vero ruolo da protagonista nell'economia mondiale. Insomma, un'altra occasione persa… e per sette anni.