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Golden rule, pentola d’oro e lo sfuggente arcobaleno della crescita europea

Come elfi e gnomi di una leggenda celtica, i capi di Stato e di Governo europei si ritroveranno giovedì 14 e venerdì 15 marzo a Bruxelles nella speranza di trovare la pentola d'oro dalla quale far ripartire l'arcobaleno della crescita europea.  Devo però ahimè ricordare che, tra gli oltre 50 summit europei che ho avuto la fortuna in passato di seguire da vicino, quelli dedicati a crescita e occupazione sono purtroppo risultati i più fumosi, velleitari e confusi. Tante buone intenzioni, dal vertice Ue in Lussemburgo interamente dedicato all'occupazione del novembre 1997 al robante Patto per la crescita varato al vertice di Bruxelles del giugno scorso che doveva mobilitare 120 miliardi di investimenti. Risultati concreti a distanza di tempo, però, pochini. Nel migliore dei casi, come dal summit di Lisbona nel 2000, un'agenda fitta di obiettivi che, con certosina buona volontà, cercavano di mettere d'accordo stimoli e liberalizzazioni, rigore e welfare, promuovendo innovazione e sviluppo sostenibile. E poi, a ognuno di questi vertici, non manca mai il corredo di grandi reti da potenziare, nei trasporti, nell'energia e nelle telecom e di finanziamenti della Banca europea degli investimenti (Bei) da rafforzare. Ma dove sta il problema di fondo? E' che l'Europa ha più poteri per reprimere che per stimolare. Può con una certa efficacia imporre regole di austerità e rigore ai bilanci dei Paesi Ue, ma non ha risorse sufficienti per promuovere politiche di crescita adeguate, al di là dei fondi strutturali e, appunto, dei finanziamenti Bei. Per questo forse può essere più incisiva di tante enfatiche strategie comuni la golden rule, ovvero lasciare che gli Stati conteggino certe categorie di investimenti produttivi al di fuori dei vincoli di Maastricht. Liberando così risorse dei bilanci nazionali che possono avere un impatto più immediato e propulsivo nel motore dell'economia di un Paese, soprattutto quando sta girando in modo asfittico come quello italiano. Bene fa perciò Mario Monti, in quello che sarà probabilmente uno dei suoi ultimi atti europei da primo ministro, nel fare pressing perché la Commissione si ispiri alla golden rule, soprattutto nei confronti di Paesi come l'Italia con un rapporto deficit/Pil al sotto del 3%. Tanto più che non può essere certo tacciato di incoerenza! Visto che fu lo stesso Monti, nel lontano 1997 come commissario Ue al Mercato interno, a battersi perché gli investimenti pubblici fossero conteggiati con il criterio della golden rule quando al tavolo della Commissione si discuteva come scrivere le regole del Patto di stabilità. Allora Monti si infranse (oltre che contro il muro politico dell'opposizione tedesca) contro le obiezioni del presidente della Commissione Jacques Santer e del commissario agli affari economici Yves-Thibault de Silguy, convinti che, dentro l'involucro degli investimenti, i Governi avrebbero fatto passare di tutto. In questi tempi di crisi nera sarebbe però veramente utile rivedere questa dogmatica visione e rispolverare la golden rule. Non sarà la magica pentola d'oro in grado di far ripartire l'arcobaleno della crescita europea, ma un po' può aiutare.