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Il convitato di pietra al vertice europeo: Barack Obama

Ventisette al tavolo a parlare per poche ore di come intensificare la lotta all'evasione fiscale internazionale e migliorare il mercato dell'energia europeo, ripromettendosi - al prossimo incontro di giugno – di mettere a punto un piano per combattere la disoccupazione giovanile (un altro! Speriamo bene…). Pochi l'hanno visto, c'era però anche un ventottesimo ingombrante convitato di pietra all'ultimo Consiglio europeo di Bruxelles. Chi? Ma Barack Obama, of course! Perché? Perché nei due temi al centro del dibattito - guerra all'evasione ed energia – gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo fondamentale nel condizionare i progressi e i dilemmi degli  europei. Se il navigato timoniere del piccolo ma lussuoso vascello del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, ha promesso che infrangerà nel 2015 il tabù del segreto bancario (occhio, a patto che la Svizzera e gli altri paradisi europei facciano lo stesso, ha prontamente precisato il premier del Granducato) e se la recalcitrante Austria non riesce più a dire di no allo scambio di informazioni sui redditi da capitale dei non residenti (senza nemmeno promettere lo straccio di una data, però), il motivo va cercato anche Oltreoceano. Non sono tanto le pressioni della Merkel e dei partner comunitari ad aver fatto breccia, in Lussemburgo come in Austria (e perfino in Svizzera!), quanto le minacce degli americani di interrompere le relazioni finanziarie con paesi che non acconsentano allo scambio di informazioni su richiesta delle autorità statunitensi.  Quindi si può gioire dell'impegno del summit a varare una nuova direttiva sul risparmio entro l'anno (anche se il Diavolo sappiamo bene dove si nasconde, specie in materia di fisco), ma ringraziamo anche l'"aiutino" americano. Quanto all'energia, i leader dell'Unione europea hanno concordato di «intensificare la diversificazione delle forniture energetiche europee e di sviluppare risorse energetiche indigene». Dove tra le "fonti indigene" si fa riferimento in particolare al gas di scisto, quello shale gas che gli Stati Uniti stanno producendo in grande quantità a costi stracciati e che è una delle ragioni di fondo della ripresa del manifatturiero americano. Ma che nel sottosuolo europeo è meno presente e, dove c'è, viene sottoposto in vari paesi a divieti e vincoli per timori ambientali. Per questo, molto ha pesato l'esempio americano nell'indurre i capi di Stato e di Governo europei a confermare sì l'impegno nelle energie rinnovabili, ma anche ad affermare che si procederà «a verificare un più sistematico ricorso alle fonti indigene di energia sia on-shore che off-shore con l'obiettivo di garantire uno sfruttamento sicuro, sostenibile ed efficiente dal punto di vista dei costi.» Quanto alla prossima sfida di combattere la disoccupazione giovanile, reiterata dai leader europei, se veramente la corazzata dell'economia americana avrà ripreso a viaggiare a velocità di crocera, sull'onda della liquidità pompata da Ben Bernanke, di costi di produzione competitivi e di un mercato del lavoro più flessibile, un'occhiata al di là dell'Atlantico sarà bene comunque darla.